La mosca di Dharavandhoo e il necessario senso di accoglienza

Raul Gabriel in data 12 gennaio 2017 pubblica su Avvenire.it questo bellissimo articolo intitolato “La mosca di Dharavandhoo e il necessario senso di accoglienza“:

“Condividere con senso di accoglienza, condivisione e pace un banana juice con la mosca di Dharavandhoo, una delle tante briciole di sabbia sparse nell’oceano indiano, è più di quanto nelle mie fantasie avrei mai potuto immaginare. Come la quasi totalità degli esseri umani e animali condivido il fastidio e la domanda sul perchè esistano esseri come la mosca.
All’improvviso, nel respiro profondo di un orizzonte senza tempo e qualche sano effluvio di cherosene dalle barche dei locali, mentre meditavo riguardo le contraddizioni delle teorie sui mondi paralleli digitali, alcune mosche con un piano ben coordinato si sono lanciate nel mio bicchiere. In una frazione ho intravisto varie possibilità di reazione istintiva, come ribaltare con un gesto inconsulto bicchiere e contenuto. Poi, giusto prima di passare all’azione, tutto si è placato. È sparita improvisamente l’ansia della opposizione, della lotta. Al suo posto è subentrata, come un liquido in una carta assorbente, la contemplazione. Ho avvertito improvvisa la solidarietà della sete che in un qualche modo creava una empatia singolare e imprevista tra me e gli insetti. Sparita la lotta, io e le mosche eravamo dalla stessa parte, entrambi immersi nella profondità del mistero che spinge gli esseri viventi a mangiare, bere, migrare in un ciclo potentissimo di cui non potremo mai per fortuna catturare il senso definitivo. Non so dire quanto questa bolla sia durata, perchè è stata come un insieme di coscienza e abbandono in cui tutto, compreso il cherosene delle barche, era perfettamente in armonia. Ma appena la mistica della mosca ha cominciato a diradarsi, mi è immediatamente sorta una domanda. Se mi era stato possibile percepire empatia con una negazione di piacevolezza come la mosca, fino a condividere in pace l’agognato frullato, quanto dovrebbe essere più facile fare lo stesso tra esseri umani.
La domanda riguarda proprio l’essere umano, i suoi modi di vivere, i suoi credo, le sue fedi. Per me rimangono un mistero le interpretazioni delle fedi che non si curano della bellezza dell’universo datoci in regalo ma vi si pongono in contrasto. Vedo molti soloni di fedi o credo politici che come prima loro categoria non hanno l’accoglienza. Hanno l’opposizione. Il respingimento. La negazione.
La loro agitazione non sposterà di un atomo il corso delle cose. Almeno per riconosciuta impotenza, dovrebbero fermarsi a contemplare, piuttosto che giudicare. Contemplare e amare. Farsi sconfiggere dalla potente, insistente, esondante forza della diversità.
Mi chiedevo proprio in questi giorni nelle mie apnee nei mari del sud, dove la pressione materna dell’oceano ti tenta cercando di trattenerti sul fondo, perché debbano essere le meraviglie nascoste ai più a suggerirmi l’apertura al mondo. Dovrebbero farlo gli uomini, di fede, atei, scienziati, comuni. E invece è così raro. Li porterei tutti qui, senza aria a trenta metri di profondità per far loro percepire come la logica che si sono costruiti, prendendo ad alibi la fede o la legge (anche scientifica), è priva di senso. Non vi è una legge superiore all’oggetto della legge. È quasi ontologico. Eppure ogni momento qualcuno si alza, in prima persona se non è un vile, di nascosto se è codardo, e giudica. E coltiva con cura divisione e distillata ferocia. E nella meraviglia del costante rinnovamento, delle improvvise folgoranti aperture che alcuni come Francesco, il Santo e il Papa, riescono a mostrare al mondo, vedono solo le nebbie della propria confusione proiettate in una perniciosa tensione alla distruzione.
Uccidere l’entusiasmo è il peccato principale dell’uomo verso l’uomo. Perchè uccide non il corpo, o almeno non solo il corpo, ma la vita stessa e la sorpresa della sua speranza. E sì che la speranza è instancabile nel parlare, nel manifestarsi. In ogni luogo, in ogni forma, compresa la incredibile mosca di Dharavandhoo.”

Raul Gabriel

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